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Della molteplicità in Rèves di Alessio Delfino

di Nicola Davide Angerame

Andare oltre la fotografia restando in essa. Concentrare tempi e spazi multipli dentro un unico scatto. Affrontare la moltiplicazione dei corpi con spirito “da frontiera”. Così Eadweard Muybridge nei suoi esperimenti di fotografia dinamica a fine Ottocento apre le porte ad una nuova dimensione, che sarà poi sviluppata dai cubisti e dai futuristi nel tentativo di rendere interamente, nella bidimensionalità dell’immagine pittorica (e fotografica), lo spazio e il tempo dentro la loro natura dinamica e tridimensionale.

Queste intuizioni avanguardiste sono coeve alle origini del cinema, ovvero all’arte dell’immagine (del suono e del corpo) in movimento. Ma il cinema è uno scorrere: riproduce la verità dell’occhio che scorre sulle cose del mondo, compiendo carrellate, ingrandimenti, montaggi con il sonoro. Le avanguardie invece vogliono catturare questo dinamismo nella staticità del quadro, costringendo il corpo a frammentarsi, a riprodursi, a reiterarsi uguale e diverso da sé. Tentano cioè un’alchimia, una sintesi “impossibile” di momenti diversi, fondati sulla loro serialità. Vogliono forgiare una “contemporaneità” improbabile fermando la linea del tempo e rifrangendo lo spazio in una multi-dimensionalità. Alchimisti e maghi della pittura, questi artisti: da Balla a Picasso, Da Boccioni a Braque. Perfino Marcel Duchamp, all’inizio della sua carriera concettuale che coincide con la fine della sua identità di pittore, dipinge un celeberrimo Nu descendant un escalier (Nudo che scende le scale), 1912. In esso il padre del ready made giungerà alla comprensione di come la sintesi dei tempi, degli spazi e dei corpi è un lavoro “impossibile” e sceglierà la via del concettuale, ovvero un approccio all’arte e alla percezione che resta naturalista e che lo porta a trasferire oggetti veri nella temporalità immutabile del museo.

Oggi, in un’epoca in cui il cinema accoglie la terza dimensione e inizia a scoprire le 5 dimensioni (legate ai sensi ulteriori dell’olfatto e del tatto) la fotografia è ancora relegata nella gabbia dorata della bidimensionalità. Scuole celebri come quelle di Düsseldorf assicurano ad essa il proprio potenziale documentario e la forza inesauribile che viene a lei offerta dal suo riprodurre il reale per come esso è/appare. Puro, semplice, frontale. Questa pretesa oggettività, impercettibilmente scivola invece verso lo status di icona. Noi oggi celebriamo una torre dell’acqua dei coniugi Becker, o una veduta di supermarket Andreas Gursky, come se fossero non soltanto immagini prese da una realtà che è posta dentro un tempo e uno spazio specifici, ma come se fossero visioni imperiture capaci di sintetizzare il senso di un’epoca o di una civiltà. Queste immagini non sono soltanto un documento del nostro vivere qui e ora ma sono icone di un mondo: sono “la parte per il tutto” che tenta di sintetizzare la vita che scorre, copiosa e complessa, spesso fuori dai propri argini. La fotografia tenta di costruire questi argini, decidendo cosa farci vedere, in quale momento e in quale luogo.

La fotografia che Alessio Delfino esprime nella sua ultima serie di lavori si carica di tutte le questioni richiamate in precedenza e con un colpo di coda estetico, libero da preoccupazioni concettuali o scolastiche, intuisce che il tempo e lo spazio della fotografia possono essere molto più di quel che la semplice definizione del mezzo, come riproduttore della realtà, permette di ottenere.

Così si lancia in una fusione di tempi e di spazi differenti, usando il corpo come viatico, come immagine guida utile a portarlo dentro una multidimensionalità in cui è possibile scardinare la rigidità del reale per compiere l’impresa alchemica di sintetizzare non il reale ma le sue condizioni di possibilità: quelle “forme pure a priori della sensibilità” che il filosofo tedesco Immanuel Kant descrive come condizioni della possibilità della percezione. Spazio e tempo.

Nella sua opera capitale La critica della ragion pura, Kant dedica molte pagine a queste intuizioni pure del senso interno (il tempo) e del senso esterno (lo spazio). Ogni nostra conoscenza non può che partire da esse e la loro “continuità” è la forma specifica dentro cui percepiamo ogni cosa, nonché la garanzia che qualcosa possa essere esperito.

La fotografia simultanea, ripiegata, stratificata e fusa di Delfino opta invece per una esfoliazione dei piani temporali e spaziali, ottenendo così delle immagini di corpi impossibili. La sua costruzione di una irrealtà non è tanto data da una semplice sovrapposizione ma dalla fusione dei tempi e degli spazi, e quindi dei diversi movimenti, posizioni e morfologie del corpo preso in analisi come sotto la lente di ingrandimento di un mago o di un alchimista in cerca di una pietra filosofale in grado, non di tramutare il peltro in oro, ma di sintetizzare lo scorrere del tempo e la monodimensionalità dello spazio in una immagine incandescente capace di scardinare il nostro senso comune, fondato sulle forme a priori del nostro percepire.

La fisica quantistica odierna sta dimostrando, attraverso la teoria delle stringhe e delle superstringhe, che esisterebbero universi paralleli e che una stessa particella subatomica potrebbe facilmente avere “nello stesso tempo” due o più posizioni. Il che significa qualcosa di incomprensibile per noi, abituati alla “puntualità” del tempo e dello spazio. Per andare oltre questo nostro limite cognitivo, l’arte può venire in aiuto.

La sua superiorità (in questo caso della fotografia) è la prerogativa di poter dare “corpo, immagine e figura” a qualcosa che a rigor di logica è per noi “incomprensibile”.

Il nostro accesso al mondo dell’immaginazione diventa un modo per figurarsi l’impensabile. I corpi magmatici costruiti da Delfino sono come quelle “fotografie” scattate recentemente al bosone di Higgs. Una immagine ipotetica che tenta di dare un corpo visibile (nel senso comune come in quello quantistico) ad una realtà di cui non abbiamo una percezione diretta ma che è quasi necessario poter pensare che esista.

Con questa serie di lavori, Delfino pone un altro tema al centro della sua riflessione pluriennale sul corpo muliebre inteso classicamente come canone di bellezza, di armonia e, rispettivamente alle diverse serie di lavori che precedono Rèves, come simbolo della fertilità, della divinità, del fato e del destino. Questo tema è quello della pluralità del corpo.

Un singolo corpo è anche un corpo singolo? Forse no, se accettiamo l’ipotesi secondo la quale la nostra stessa identità è in realtà una stratificazione e fusione di differenti Sé, che si ritrovano in una soggettività come dentro una foto di Delfino o come dentro uno schema quantistico. Noi siamo noi stessi nella misura in cui riflettiamo ora una, ora l’altra delle nostre nature. Spesso la coesistenza dei differenti è problematica. La struttura stratificata dell’Es, Io e Super-Io è una prima decodificazione di questa ubiquità del Sé, che scivola costantemente tra le proprie pulsioni, gli imperativi morali introiettati con l’educazione, i tabù e la scelta che deve costantemente operare nello stato di veglia. Anche in questo caso l’arte ci viene incontro dando un corpo a questa situazione paradossale di stasi dinamica. Come i soggetti ritratti da Delfino, anche la nostra interiorità è in movimento perpetuo. La quiete non appartiene al nostro Io, poiché la sua natura molteplice trova riposo soltanto in poche situazioni, peraltro mai definitive. E il corpo, con la sua fioritura e decadenza, ci offre un rifugio costretto a condividere il nostro destino. Forse egli stesso è il nostro destino.

Mentre la filosofia ha mortificato il corpo trattandolo come un prodotto di scarto della vita spirituale e intellettuale, l’arte lo ha celebrato come cosa divina (si pensi alla plurisecolare ritrattistica del corpo di Cristo). Ancora nel Novecento, la body art lo ha posto in primo piano come opera d’arte tout court. Non c’è che la fotografia dei corpi: condanna e delizia della fotografia. Quella di Delfino è una fotografia del corpo all’ennesima potenza, di un corpo che esce dal proprio confine e dimostra a se stesso la propria potenza: ogni corpo è plurale. Egli stesso è un’assemblaggio di organi, una sinfonia di funzionalità, una somma di espressioni.

Corpi che sembrano rocce, divinità, alberi. Corpi che la fotografia di Delfino raffredda dopo l’esplosione magmatica del movimento. Corpi defigurati, privati dei loro confini naturali e ridisegnati secondo la polisemia tipica della poetica di Delfino. In essa risiede il valore di una proposta che gioca con lo spazio, con il tempo e con il corpo come un giocoliere o un prestidigitatore. Come un alchimista o un mago: per dirci che l’Io è un Noi che danza in perpetuo. Forse, in diverse dimensioni.

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