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rêves | dreams @ kips gallery NYC

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Artista: Alessio Delfino

Titolo: Rêves

Date: 20 Giugno 20  – 10 Luglio  2013

Galleria: Kips Gallery New York

Inaugurazione: June 20  , 6 – 8 PM

Orari apertura:Martedì / Sabato 11- 18 (tel. galleria   +1 (212) 242-4215   or   +1(646)284-5008   per prenotare visite)

Mostra a cura di: Nicola Davide Angerame

Per interviste: Nicola Davide Angerame +39 346 4711759 – telefono mobile americano (dal 17 giugno al 17 luglio 2013) +1 347 657 4184 nicola.angerame@gmail.com   alessio@alessiodelfino.com

Kips Gallery è lieta di annunciare l’inaugurazione, il 20 giugno 2013 dalle ore 18 e fino alle 20, della terza mostra personale di Alessio Delfino a New York. L’artista e fotografo italiano presenterà al pubblico alcune opere di grande formato dedicate alla nuova serie fotografica intitolata “Rêves”.

Alessio Delfino (1976) è un fotografo che si sta affermando sulla scena italiana e internazionale anche grazie ad importanti presenze della sua opera in collezioni internazionali (una delle quali la VAF Stiftung è ora esposta presso il MART di Rovereto e vede opere di Delfino in mostra), nonché in mostre internazionali, compresa la 54esima Biennale di Venezia, dove è stato ospite invitato nel Padiglione Italia.

In questo 2013, Alessio Delfino vanta una serie di mostre personali internazionali di prestigio. Importanti Gallerie d’arte a Parigi, Bruxelles, New York e Berlino esporranno le due ultime serie di opere: Tarots e Rêves.

            L’opera di Delfino sarà presente anche alla seconda fiera d’arte più importante di Corea, la Art Fair Busan che si aprirà il prossimo 4 giugno 2013.

La fotografia di Delfino esalta il corpo femminile come immagine chiave per un discorso più ampio sul reale, sul sogno, sulla percezione umana e le possibilità del mezzo fotografico.

Dopo aver presentato Metamorphoseis e Tarots, Delfino espone a New York la nuova serie presso la Kips Gallery, galleria sita nella prestigiosa zona delle gallerie di Chelsea, a Manhattan.

Presentazione della mostra e curriculum di Alessio Delfino.

Apprezzato fotografo, sia in campo nazionale sia in quello internazionale, Alessio Delfino (Savona, 1976) presenta a New York la nuova serie fotografica “Rêves”.

Delfino prosegue così la propria ricerca di una fotografia che sappia descrivere la multiforme identità del femminino senza tematizzarlo come “oggetto erotico” ma usandolo come metafora o simbolo di discorsi etico-estetici (come nella serie Metamorphoseis), esoterici (come nella serie Tarots) o formali e psicologici (come in questa ultima serie Rêves).

Delfino crea scene in cui i corpi “danzanti” delle modelle sono usati come metafore dei processi mentali coinvolti nel sogno e nel ricordo. L’artista ottiene così delle composizioni che sono il risultato di una fusione organica di attimi diversi eppure omogenei. Questa serie di lavori dialoga con i padri nobili della fotografia in movimento, come Eadweard Muybridge, ma anche con la pittura cubofuturista di Picasso e Balla e con il Duchamp del “Nudo che scende le scale”.

La particolarità di questo lavoro è anche data dal fatto che ogni immagine fotografica è una “opera unica”, come avviene in pittura.

Come sostiene lo stesso artista a proposito della sua ultima serie di lavori: “Il sogno a volte manifesta in noi i desideri più remoti, è la sintesi di un percorso emotivo, la chiave per una conoscenza migliore di noi stessi. Il confine tra sogno e desiderio è spesso labile fondendosi in una danza spesso incomprensibile ma allo stesso tempo irresistibile”.

Come scrive il critico e curatore, Nicola Davide Angerame, nel testo introduttivo del catalogo della mostra di New York: “La fotografia espressa da Alessio Delfino in Rêves si lancia in una fusione di tempi e di spazi differenti, usando il corpo come viatico, come immagine guida utile a portarlo dentro una multidimensionalità in cui è possibile scardinare la rigidità del reale per compiere l’impresa alchemica di sintetizzare non il reale ma le sue condizioni di possibilità: quelle “forme pure a priori della sensibilità” che il filosofo tedesco Immanuel Kant descrive come condizioni della possibilità della percezione. Spazio e tempo”.

Come scrive il filosofo Alessandro Bertinetto: “Con i suoi Rêves, Delfino ci porta in un mondo in cui le forme naturali evocate dal grande biologo e filosofo tedesco Ernst Haeckel si aprono all’universo. Anzi, si dischiudono proprio nell’universo umano, soprattutto femminile. I corpi sbocciano come fiori, si aggrovigliano come edera, si incastrano come le zampe di affascinanti aracnidi. Esempi silenziosi e auratici di una morfologia fantastica, mitica, i lavori di Delfino vogliono continuare l’opera di una natura naturans che non cessa di formare nuove forme e di stupirci”.

Della molteplicità in Rèves di Alessio Delfino

di Nicola Davide Angerame

Andare oltre la fotografia restando in essa. Concentrare tempi e spazi multipli dentro un unico scatto. Affrontare la moltiplicazione dei corpi con spirito “da frontiera”. Così Eadweard Muybridge nei suoi esperimenti di fotografia dinamica a fine Ottocento apre le porte ad una nuova dimensione, che sarà poi sviluppata dai cubisti e dai futuristi nel tentativo di rendere interamente, nella bidimensionalità dell’immagine pittorica (e fotografica), lo spazio e il tempo dentro la loro natura dinamica e tridimensionale.

Queste intuizioni avanguardiste sono coeve alle origini del cinema, ovvero all’arte dell’immagine (del suono e del corpo) in movimento. Ma il cinema è uno scorrere: riproduce la verità dell’occhio che scorre sulle cose del mondo, compiendo carrellate, ingrandimenti, montaggi con il sonoro. Le avanguardie invece vogliono catturare questo dinamismo nella staticità del quadro, costringendo il corpo a frammentarsi, a riprodursi, a reiterarsi uguale e diverso da sé. Tentano cioè un’alchimia, una sintesi “impossibile” di momenti diversi, fondati sulla loro serialità. Vogliono forgiare una “contemporaneità” improbabile fermando la linea del tempo e rifrangendo lo spazio in una multi-dimensionalità. Alchimisti e maghi della pittura, questi artisti: da Balla a Picasso, Da Boccioni a Braque. Perfino Marcel Duchamp, all’inizio della sua carriera concettuale che coincide con la fine della sua identità di pittore, dipinge un celeberrimo Nu descendant un escalier (Nudo che scende le scale), 1912. In esso il padre del ready made giungerà alla comprensione di come la sintesi dei tempi, degli spazi e dei corpi è un lavoro “impossibile” e sceglierà la via del concettuale, ovvero un approccio all’arte e alla percezione che resta naturalista e che lo porta a trasferire oggetti veri nella temporalità immutabile del museo.

Oggi, in un’epoca in cui il cinema accoglie la terza dimensione e inizia a scoprire le 5 dimensioni (legate ai sensi ulteriori dell’olfatto e del tatto) la fotografia è ancora relegata nella gabbia dorata della bidimensionalità. Scuole celebri come quelle di Düsseldorf assicurano ad essa il proprio potenziale documentario e la forza inesauribile che viene a lei offerta dal suo riprodurre il reale per come esso è/appare. Puro, semplice, frontale. Questa pretesa oggettività, impercettibilmente scivola invece verso lo status di icona. Noi oggi celebriamo una torre dell’acqua dei coniugi Becker, o una veduta di supermarket Andreas Gursky, come se fossero non soltanto immagini prese da una realtà che è posta dentro un tempo e uno spazio specifici, ma come se fossero visioni imperiture capaci di sintetizzare il senso di un’epoca o di una civiltà. Queste immagini non sono soltanto un documento del nostro vivere qui e ora ma sono icone di un mondo: sono “la parte per il tutto” che tenta di sintetizzare la vita che scorre, copiosa e complessa, spesso fuori dai propri argini. La fotografia tenta di costruire questi argini, decidendo cosa farci vedere, in quale momento e in quale luogo.

La fotografia che Alessio Delfino esprime nella sua ultima serie di lavori si carica di tutte le questioni richiamate in precedenza e con un colpo di coda estetico, libero da preoccupazioni concettuali o scolastiche, intuisce che il tempo e lo spazio della fotografia possono essere molto più di quel che la semplice definizione del mezzo, come riproduttore della realtà, permette di ottenere.

Così si lancia in una fusione di tempi e di spazi differenti, usando il corpo come viatico, come immagine guida utile a portarlo dentro una multidimensionalità in cui è possibile scardinare la rigidità del reale per compiere l’impresa alchemica di sintetizzare non il reale ma le sue condizioni di possibilità: quelle “forme pure a priori della sensibilità” che il filosofo tedesco Immanuel Kant descrive come condizioni della possibilità della percezione. Spazio e tempo.

Nella sua opera capitale La critica della ragion pura, Kant dedica molte pagine a queste intuizioni pure del senso interno (il tempo) e del senso esterno (lo spazio). Ogni nostra conoscenza non può che partire da esse e la loro “continuità” è la forma specifica dentro cui percepiamo ogni cosa, nonché la garanzia che qualcosa possa essere esperito.

La fotografia simultanea, ripiegata, stratificata e fusa di Delfino opta invece per una esfoliazione dei piani temporali e spaziali, ottenendo così delle immagini di corpi impossibili. La sua costruzione di una irrealtà non è tanto data da una semplice sovrapposizione ma dalla fusione dei tempi e degli spazi, e quindi dei diversi movimenti, posizioni e morfologie del corpo preso in analisi come sotto la lente di ingrandimento di un mago o di un alchimista in cerca di una pietra filosofale in grado, non di tramutare il peltro in oro, ma di sintetizzare lo scorrere del tempo e la monodimensionalità dello spazio in una immagine incandescente capace di scardinare il nostro senso comune, fondato sulle forme a priori del nostro percepire.

La fisica quantistica odierna sta dimostrando, attraverso la teoria delle stringhe e delle superstringhe, che esisterebbero universi paralleli e che una stessa particella subatomica potrebbe facilmente avere “nello stesso tempo” due o più posizioni. Il che significa qualcosa di incomprensibile per noi, abituati alla “puntualità” del tempo e dello spazio. Per andare oltre questo nostro limite cognitivo, l’arte può venire in aiuto.

La sua superiorità (in questo caso della fotografia) è la prerogativa di poter dare “corpo, immagine e figura” a qualcosa che a rigor di logica è per noi “incomprensibile”.

Il nostro accesso al mondo dell’immaginazione diventa un modo per figurarsi l’impensabile. I corpi magmatici costruiti da Delfino sono come quelle “fotografie” scattate recentemente al bosone di Higgs. Una immagine ipotetica che tenta di dare un corpo visibile (nel senso comune come in quello quantistico) ad una realtà di cui non abbiamo una percezione diretta ma che è quasi necessario poter pensare che esista.

Con questa serie di lavori, Delfino pone un altro tema al centro della sua riflessione pluriennale sul corpo muliebre inteso classicamente come canone di bellezza, di armonia e, rispettivamente alle diverse serie di lavori che precedono Rèves, come simbolo della fertilità, della divinità, del fato e del destino. Questo tema è quello della pluralità del corpo.

Un singolo corpo è anche un corpo singolo? Forse no, se accettiamo l’ipotesi secondo la quale la nostra stessa identità è in realtà una stratificazione e fusione di differenti Sé, che si ritrovano in una soggettività come dentro una foto di Delfino o come dentro uno schema quantistico. Noi siamo noi stessi nella misura in cui riflettiamo ora una, ora l’altra delle nostre nature. Spesso la coesistenza dei differenti è problematica. La struttura stratificata dell’Es, Io e Super-Io è una prima decodificazione di questa ubiquità del Sé, che scivola costantemente tra le proprie pulsioni, gli imperativi morali introiettati con l’educazione, i tabù e la scelta che deve costantemente operare nello stato di veglia. Anche in questo caso l’arte ci viene incontro dando un corpo a questa situazione paradossale di stasi dinamica. Come i soggetti ritratti da Delfino, anche la nostra interiorità è in movimento perpetuo. La quiete non appartiene al nostro Io, poiché la sua natura molteplice trova riposo soltanto in poche situazioni, peraltro mai definitive. E il corpo, con la sua fioritura e decadenza, ci offre un rifugio costretto a condividere il nostro destino. Forse egli stesso è il nostro destino.

Mentre la filosofia ha mortificato il corpo trattandolo come un prodotto di scarto della vita spirituale e intellettuale, l’arte lo ha celebrato come cosa divina (si pensi alla plurisecolare ritrattistica del corpo di Cristo). Ancora nel Novecento, la body art lo ha posto in primo piano come opera d’arte tout court. Non c’è che la fotografia dei corpi: condanna e delizia della fotografia. Quella di Delfino è una fotografia del corpo all’ennesima potenza, di un corpo che esce dal proprio confine e dimostra a se stesso la propria potenza: ogni corpo è plurale. Egli stesso è un’assemblaggio di organi, una sinfonia di funzionalità, una somma di espressioni.

Corpi che sembrano rocce, divinità, alberi. Corpi che la fotografia di Delfino raffredda dopo l’esplosione magmatica del movimento. Corpi defigurati, privati dei loro confini naturali e ridisegnati secondo la polisemia tipica della poetica di Delfino. In essa risiede il valore di una proposta che gioca con lo spazio, con il tempo e con il corpo come un giocoliere o un prestidigitatore. Come un alchimista o un mago: per dirci che l’Io è un Noi che danza in perpetuo. Forse, in diverse dimensioni.

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