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Metamorphoseis

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Il divino incarnato, secondo Alessio Delfino.

Da diverso tempo, Alessio Delfino cerca nella fotografia una risposta aulica al conflitto, a quel polemos che per il pensatore greco Eraclito rappresenta la verità ultima, il sostrato metafisico dell’universo e della vita. Nell’ultima serie dedicata alle dee, Delfino propone un’incarnazione di i-dee attraverso una serie di fotografie che ritraggono donne vestite di un sottile strato d’oro, riprese in una posa inerte ma armonica, secondo l’esempio offerto dall’arte classica e frutto dell’intuizione di un momento, all’interno di un lungo percorso di ricerca, che detta la posa auratica di un intero mondo divino. Nell’iconografia neoclassica di Delfino scompaiono i simboli e le connotazioni che siamo soliti attribuire alle singole divinità, così come anche ai santi cristiani. Superato il primo impatto, si nota che dietro la posa neutrale e rilassata delle sue “modelle” (che sono sia professioniste sia ragazze della porta accanto: la bellezza ha molti volti) si cela un sottile lavoro di studio e confronto tra i differenti “tipi” fisici, e fisiognomici. Dietro ciascuno di questi “tipi divini”, resi immobili e dormienti dentro colate d’oro, s’intravedono mondi del tutto differenti: da quello giunonico di Venere a quello violento di Era, passando per le docilità di Gea. In tal modo, Delfino fa riferimento al corpo femminile, una delle immagini più abusate del nostro tempo, salvandone la forza evocativa e la capacità d’incarnare l’idea del bello, dell’armonia ma anche del disordine e della forza bruta, come accade con alcune dee della discordia presenti nel mito. Delfino fa un lavoro di astrazione, togliendo tutto il superfluo e il banale e ottenendo nuove icone, immagini statuarie e forme simboliche capaci di esprimere un’inedita interpretazione del Mito, ma anche di offrire una più intensa visione del femminile, privato degli attributi moderni della sensualità, dell’erotismo, dell’attrazione fisica in cui la femminilità è stata relegata da una cultura che ha perduto i molteplici sensi della bellezza, ormai intesa solo come una patina luccicosa e appiccicaticcia stesa sul vuoto di immagini pubblicitarie, di pin-up e soubrette che non rappresentano altro che se stesse, gingilli per un pubblico in distratta adorazione di nuovi falsi miti. Con la molteplicità del proprio Pantheon, il paganesimo antico ha rappresentato un esempio di tolleranza, d’apertura alle diversità e d’assorbimento culturale: d’ibridazione e proliferazione. La sua natura spuria e la capacità che in passato hanno avuto le religioni politeiste di assorbire divinità provenienti da altre culture, dimostrano una vitalità, una capacità d’accoglienza che si è rafforzata poi nel Cristianesimo monoteista, attraverso una maggiore pluralità di esempi, tutti tesi a rappresentare le massime virtù cristiane sotto forma di “incarnazioni” umane, quali appunto sono le centinaia di santi e di sante presenti nella storia della chiesa. Esiste il rischio, che va fugato con un poco d’attenzione, di una lettura superficiale della consistenza muliebre di questo “plotone” divino, che potrebbe apparire troppo à la mode, se non si considera l’enorme bagaglio di significati, narrazioni ed emozioni che contengono in nuce i singoli corpi e i volti che rappresentano il corpus divino. La femminilità messa in scena da Alessio Delfino è, infatti, una femminilità che sembra ripetersi e invece si rigenera. Se, nella ripetizione è l’uguaglianza a giocare il ruolo portante, nella rigenerazione è la differenza ad essere protagonista. Questa sottile linea di demarcazione opera nelle immagini di Delfino e rappresenta forse il suo risultato di maggior interesse, non escluso un altro importante traguardo come quello della consistenza fisica delle immagini, capaci di catturare e riflettere luci, muscoli, fibre ed espressioni che sembrano far parte di un corpo sognante e immobile, eppure palpitante come se fosse percorso da una scarica onirica o in preda a tempeste interiori sopite dietro la luce silente e preziosa dell’oro: come se dietro la statua potesse ancora ardere la vita ferina e selvaggia di divinità appartenute ad antichi miti superati eppure ancora capaci di agire sulla nostra immaginazione e, forse, anche di segnalare una via culturale che si pensava perduta per sempre e che Delfino vivifica con una nuova ipotesi di lavoro e di riflessione. Un ultimo aspetto importante, che giustifica la presenza di sole donne nel lavoro di Delfino, è il fatto che il fotografo si rifà al Femminino sacro, alla primogenitura del Femminile sul Maschile, e al fatto che le comunità primordiali fossero matriarcali e venerassero divinità femminili, come quelle della fertilità o della generazione. Questa serie, risulta quindi essere un omaggio splendente alla femminilità intesa come idea somma, come luogo del divino in generale e in particolare. Nicola Davide Angerame

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